L’impossibile commiato di una generazione

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Non sono mai riuscito a falciare l’erba del prato; non che non ne fossi realmente capace, solamente non sono mai stato in grado di terminare il lavoro che mi ero preso la responsabilità di fare. Di sicuro non è mai stata la mia vocazione primaria, questo lo ammetto candidamente. Fossi stato più determinato, avrei potuto anche raggiungere l’obiettivo. Ma c’era di mezzo sempre mio padre. Sia chiaro, non sto dicendo che ho un padre prevaricatore, una sorta di padre-padrone che si intromette forzosamente nelle faccende che non lo riguardano. Sto solo usando un paradigma per descrivere il rapporto tra due generazioni al di qua ed al di là del momento presente.

I miei genitori stanno in una casa veramente grande, una di quelle case coloniche di campagna, dove poco meno di cent’anni fa era normale vivessero tre o quattro nuclei famigliari, intenti a coltivare i terreni prospicienti e a far della canapa. Mio nonno, con denaro prestato (come era normale all’epoca) se la comprò tutta, pagandola – che ne so – ventimila lire, i risparmi di una vita. Questi appartamenti con il tempo sono diventati da quattro a tre, da tre a due e definitivamente uno gigantesco, che si snoda per un labirinto di stanze quasi paradossale. Contemporaneamente il terreno produttivo è stato convertito in giardino, un po’ per il piacere degli inquilini e soprattutto per evitare alle macchine agricole manovre improponibili per raccogliere qualche inutile quintale di prodotto in più. A questo punto lascio immaginare al lettore la dimensione del giardino. Dico solo che oltre alla superficie, non mancano nemmeno gli alberi, i cespugli, le cunette, i buchi, le radici affioranti, una piattaforma per ancorare il gazebo d’estate e i cordoli a margine del prato. Insomma, sarà chiaro che le operazioni di sfalcio sono sempre state tutt’altro che rapide ed indolori.

E qui entro in scena io che, a macchia di leopardo, mi facevo prendere da un incontenibilie desiderio di sentirmi utile. Stiamo sempre parlando di un me stesso post adolescente o poco più che ventenne. “Chi taglia il prato?”. “Io, dài, non faccio mai niente…” (già ammetterlo mi sembrava una nota di merito nei miei confronti, sarebbe forse potuta bastare). Iniziava qui l’odissea senza speranza composta di gesti banali ed altrettanto banali fallimenti. Per prima cosa estrarre l’odiato tagliaerba da un mucchio di ciarpame privo di utilità: una falce (palesemente sorpassata, con la sua lama arrugginita, monumento all’abbandono ed ai tempi che passano), qualche cassetta riversa, teli di nylon, ceppi di legno e manici di attrezzi agricoli sottoutilizzati.  Ci si riusciva, con qualche sforzo, a scansare tutto, rimescolando il disordine in una nuova forma. Non capivo mai quale fosse il carburante adatto (tuttora non saprei dire): confondere benzina pura con miscela al due percento significa commettere l’errore fatale, un’avaria senza possibilità di recupero. Mi toccava chiedere al mio vecchio. Sì, cominciavo già con un atto di contrizione. Da quel momento in avanti diventavo un sorvegliato speciale.  Sotto osservazione per la fase d’accensione: una lezione di motoria per interpretare correttamente il movimento più efficace al fine di ottenere un roboante e duraturo canto del motore. Non parliamo degli episodi nei quali si scopriva, dopo numerosi tentativi, che la candeletta era impregnata di olio: la ricerca di spazzole e solventi era una attività da master, non ce l’avrei potuta fare da solo. In ogni caso, con la sapiente supervisione di un adulto “completo”, si riusciva sempre ad accendere la macchina infernale.

Il fatidico momento arrivava quasi subito, dopo pochi metri di prato rasato, qualche passo, poche spinte. Probabilmente il mio stile non era sufficiente armonico, certamente poco efficace, persino “brutto”. Non si faceva attendere l’intervento del saggio che, scostatomi dalla barra di guida, mi somministrava la spiegazione preventiva. Dopo una lezione lampo ero finalmente edotto sui segreti del bravo giardiniere: come spingere, come tirare, quale senso tenere, a cosa girare attorno. In pochi secondi mio padre aveva passato il tagliaerba su molti metri di prato, dribblato un paio di cespugli e rifinito a filo i ciuffetti contro il cordolo, tutto questo mentre mi illustrava sapientemente le tecniche più rodate. Venivo magnanimamente rimesso alla guida ma la fiducia nei miei confronti rimaneva invariata. E questo io lo sentivo più forte e distinto dei nitriti dei due cavalli chiusi dentro il piccolo motore.

Solitamente mi erano concessi pochi altri metri. Sapevo di dover dimostrare una accresciuta abilità in un frangente brevissimo. E come prevedibile di lì a poco mi veniva nuovamente – e molto cortesemente – fatta notare la poca ortodossia del mio operato. Come una tagliola ricadeva su di me la seconda parte del corso di giardinaggio applicato, con una differenza: mentre la spiegazione dettagliata si srotolava lungo la lingua di prato finemente rasato, io mi allontanavo sempre di più mentre mio padre per nulla scocciato si dilettava in una rasatura senza più rampolli da ammaestrare. Sconfitto, mi sfilavo i guanti e rassegnato me ne tornavo a fare ciò che mi veniva meglio: attività di cerebro senza alcun risultato materiale nell’immediato e (come il tempo dimostra) anche nel futuro. I cumuli di erba tagliata di fresco mostravano la loro virile tangibilità contro l’inconsistenza di qualche decina di pagine su argomenti vari ed eventuali. Oh, potenza di un risultato palpabile!

Ora, questo è un divertissement ma non posso negare che, questi miei innocui ricordi contengano molto della storia attuale e che possano descrivere almeno in parte la strana condizione che la mia generazione sta vivendo. Volenti o nolenti, tutti ci siamo trovati recentemente a mettere sul piatto della bilancia quanto abbiamo avuto dai nostri vecchi e quanto – con il senno di poi – i nostri vecchi sembrano averci sottratto. E non sto parlando di pensioni, posti di lavoro o conti in banca.

Sto parlando di possibilità. La possibilità di pensare, anche solo per un minuto che si potesse fare meglio di quanto si era fatto fino ad allora. La possibilità di andare oltre il pragmatismo della strada solcata, battuta, ribattuta e certamente conveniente. La possibilità di sondare l’esistenza di una risposta sbagliata per trarne un beneficio. La possibilità di sbagliare, e di farlo alla grande: inceppare il motore, sbeccare la lama, finire il carburante senza essere nemmeno a metà dell’opera, falciare un ramo, falciare un rosaio e – perché no – falciarsi un piede. Nella migliore delle ipotesi avremmo potuto scoprire che l’erba la si può tagliare in un modo tutto diverso o, nella peggiore, che così s’è fatto e così si deve fare, amen.

La generazione di chi ci ha generato si è ritagliata un giardino sempre più grande, nell’illusione che poi, di quel giardino ci saremmo presi cura noi. Ma cedere gradualmente i compiti e il sapere ad essi correlato ha sempre avuto il sapore della sconfitta, della perdita di predominanza. Intanto l’erba continua a crescere e, a tagliarla, sono sempre loro. Avessi potuto provare davvero, sarei diventato un bravo giardiniere, o forse no; almeno mi sarei messo l’animo in pace.

Oggi non vivo più in quella casa con giardino abnorme. Sto in un appartamento piccolo, con un fazzoletto di giardino sul retro. Le piante nei vasi sono spesso secche e cambiano ogni trimestre e il prato, in estate, assomiglia decisamente ad una selva. A intervalli molto irregolari recupero il tagliaerba dalla casa dei miei. Solitamente ci metto una vita, per il trasporto, per l’avviamento, per il taglio e per la successiva pulizia della mia automobile; un tempo assolutamente sproporzionato rispetto alla irrisoria dimensione del verde da curare. Alla fine del lavoro, l’erba nel mio giardinetto, più che tagliata sembra masticata, spesso rimangono ciuffi ribelli in più punti. Credo che tutto questo basti a qualificarmi come pessimo giardiniere. Da questo punto di vista direi che ho gettato la spugna un po’ di tempo fa; il tagliaerba, d’altro canto, è sempre quello di mio padre.

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